Nel cuore della notte, ignoti fanno irruzione nell’armeria situata a Ried, nella Muotathal, e fuggono con diverse armi da fuoco. Poche settimane dopo si ripete la stessa scena a Sion: un’armeria viene completamente svaligiata e gli autori scappano a bordo di un’auto con targhe francesi. Solo grazie ad una vasta operazione di ricerca, con droni, unità cinofile e un elicottero Super Puma dell’Esercito, si riesce a fermarli. Vengono arrestati sette cittadini francesi di età compresa tra i 16 e i 31 anni. Giovani uomini con un passato migratorio, provenienti dalle banlieue francesi, che non hanno assolutamente nulla da perdere.
Non si tratta di casi isolati. La polizia ha ormai identificato oltre 360 «soldati» appartenenti a bande criminali francesi. Reti criminali organizzate reclutano in Francia giovani uomini, spesso minorenni, li inviano oltre il confine svizzero e li incaricano di saccheggiare garage, concessionarie d’auto e, più recentemente, anche armerie. I mandanti rimangono all’estero, mentre i rischi ricadono sulla Svizzera.
Tutto questo è reso possibile dall’accordo di Schengen: gli autori entrano nel Paese senza ostacoli, colpiscono e poche ore dopo hanno già lasciato il territorio svizzero. I controlli sistematici alle frontiere ci sono vietati, perché Bruxelles lo impone. E chi viene comunque arrestato beneficia, se minorenne, di un diritto penale minorile particolarmente indulgente.
Proprio ora il Consiglio federale vuole legare ancora più strettamente la Svizzera a Bruxelles attraverso il trattato di sottomissione all’UE. Per il nostro Paese ciò significa: diritto straniero, giudici stranieri, libera circolazione delle persone senza freni e un margine d’azione ancora più ridotto per proteggere autonomamente le nostre frontiere. Se oggi non ci è nemmeno consentito fermare i ladri di armi, domani, con una sovranità ancora minore, sarà ancor meno possibile.
La Svizzera ha bisogno dell’esatto contrario: controlli autonomi alle frontiere, espulsione sistematica degli stranieri criminali e un chiaro NO a questo trattato di sottomissione. La sicurezza è il primo dovere dello Stato. Un Paese che non controlla più le proprie frontiere finisce, alla fine, per non controllare più nulla.
Posizione di Roman Bürgi, Consigliere nazionale, Goldau (SZ)
